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16 - SadieHawkins Shipping

E niente, oggi giornata d'anteprime per il fumetto disegnato da Black Lady. Due pagine dal capitolo che uscirà martedì.
Sotto torvate la Ship di oggi =)

Andy.


        
SadieHawkinsShipping



Sciroccopoli, di nuovo.
Black mosse gli ennesimi primi passi in quella città, dove puntualmente era costretto a ritornare settimana dopo settimana. Gli alti palazzi si innalzavo, facevano ombra nonostante il sole del tramonto fosse fievole. Il vento caldo passava attraverso i vicoli e gli si gettava sul volto. Sospirò.
"Sono vicino...".
Passeggiava lentamente, godendosi ogni passo come se fosse l'ultimo che avrebbe poggiato sulle mattonelle eleganti di quella metropoli.
Sorrideva sommessamente, le mani in tasca e la testa volta verso un gruppo di giovani che ridevano animatamente. Una ragazzina dai capelli rossi veniva accerchiata da un branco di giovani. Più distante una ragazza asiatica sorrideva silenziosa, braccia conserte e testa bassa.
Black fischiettava Come get to this di Marvin Gaye mentre camminava davanti all'arena sportiva; probabilmente era in atto qualche manifestazione sportiva, qualcosa del genere: si sentiva il vociare della folla, il canto dei tifosi, le grida di scherno tra una fazione e l'altra, i fischi.
La gente era legata allo sport, a lui non interessava per niente.
A lui interessava solo una cosa.
Lui era il sognatore. The Dreamer, come era stato soprannominato, viveva in funzione del suo sogno, quasi non riusciva a pensare ad altro che non fosse diventare il Campione della Lega.
Doveva vincere, doveva andare avanti, nulla poteva distoglierlo dalla sua cavalcata vincente. Tutto doveva filare liscio, l'ansia, la rabbia, la frustrazione, la cattiveria, il desiderio di andare avanti. Lui doveva diventare il Campione. Non poteva uscire dal seminato.
L'acqua delle fontane risplendeva dorata alla luce del sole che si ritirava dietro la foresta di cemento formata dai palazzi. Le finestre scintillavano alla vista del caldo disco aureo, mentre nell’aria il profumo dei peschi in fiore riempiva le narici di tutti.
La primavera si era svegliata da poco, faceva il suo timido ingresso in quei giorni ancora fin troppo freschi e frizzanti per poter levare guanti e sciarpe. Il respiro si condensava, diventava nuvola, scappava via dalla bocca del ragazzo, che voltò a destra lungo il grande canale di deflusso delle acque fluviali. L’acqua era limpida, cristallina, era possibile veder nuotare alcuni pesci che, impauriti dalle urla e dai rumori della città, scappavano, nascondendosi in snodamenti minori e nascosti, e crepe nelle mura create dal tempo.
Il rumore del fiume che attraversava il lato est della città faceva da timido sottofondo al vociare della gente, al rombo dei motori, alle sirene della polizia, alle reclame delle pubblicità, alla musica.
A distanza si sentivano note dolci, lente, pizzicate: la ruota panoramica non era lontana.
Sono vicino...”.
Attraversò il ponticello di legno, che portava nell’area di nuova costruzione della città.
Beh... Nuova non proprio. Era passata una decina d’anni da quando il Luna Park Scintille di vita era stato aperto al pubblico. Inizialmente ci fu un grosso riscontro, la gente veniva in massa, gruppi enormi di persone, anche da altre città, accorrevano per fare un giro sulla mitica ruota panoramica. Col tempo però, e con lo sviluppo tecnologico, andò tutto lentamente a sbiadirsi, almeno fino a quando la modella Camelia non ottenne il permesso dalla Lega di Unima per la costruzione della propria palestra, collocata in quella zona per risollevarne le sorti.
Black ricordò, mentre calpestava le assi di legno del ponte, della prima volta che vide quel posto. La palestra era chiusa, Camelia era momentaneamente lontana. E decise di passare il tempo facendo un giro sulla ruota panoramica.
Proprio lì davanti c’era una ragazza.

“Ciao” fece lui.
Lei lo guardò con i suoi occhi marroni, e sorrise. “Ciao”.
“Mi fai passare?”.
“Devi salire?”.
“Già...”.
“Posso venire con te? Vorrei andarci, ma ho paura dell’altezza...”.
“Se... se ti va, andiamo”.


Fu così che Black conobbe Maya. Tornava appena poteva, la contattava e si davano appuntamento davanti alla Ferriswheel, alla ruota panoramica. Passò davanti alla palestra, continuando a fischiettare la stessa canzone, quindi le sue labbra si stirarono in quello che riconobbe essere un sorriso spontaneo.
Maya era lì, si carezzava il collo con una mano, l’altra era lunga sul fianco. Aveva la testa puntata verso l’alto, a guardare la cima della ruota, sul viso un sorriso dolce. Gli occhi erano socchiusi, a proteggersi dal sole che rifletteva sul vetro delle cabine e che la illuminavano.
Black si fermò a fissarla. Così piccolina, sotto quel gigante di metallo.
I capelli castani, lunghi, terminavano poco sopra l’orlo della corta gonnellina a balze. Le punte dei capelli avevano un colore decisamente più chiaro rispetto al resto, e terminavano arricciandosi dolcemente. Le gambe lunghe e sottili erano fasciate in un paio di collant neri e terminavano nelle ballerine abbinate alla gonna.
La frangetta era poco più corta del normale, ma lei la teneva sempre spettinata, perché lo stesso le dava fastidio: le copriva lo sguardo, e quegli occhi color nocciola dovevano vedere tutto.
Non poteva essere limitata, Maya, anche la sua bocca doveva parlare sempre. E sorridere.
Perché a lei piaceva sorridere.
I loro occhi s'incrociarono.
"Hey..." fece lui, a pochi passi. Lei girò velocemente il volto, quindi mostrò quel sorriso bianco, incorniciato da due labbra rosee e delicate.
"Black... Mi hai raggiunto".
Lui arrossì. "Non avrei mai potuto lasciarti qui a guardare la ruota panoramica per tutta la giornata..." sorrise, tirandola a sé per la vita. Lei lo baciò sulla guancia, quindi lo prese per mano.
"Saliamo?".
"Certo" sorrise ancora Black.
La vide partire avanti, prendere l'iniziativa. Aprì la porta della cabina e si sedette, Black si accomodò accanto a lei, sistemando lo zaino sul sedile di fronte. Chiuse la porta e diede l'ok al giostraio; lentamente la cabina numero quattro prese a muoversi.
"Ecco... Ci siamo" sorrise lei.
"Già. Come stai?".
"Bene... bene... È stata dura questa settimana, senza vederti...".
"Ma dai, che sarà stato mai?".
Maya sbuffò, quindi alzò di peso il braccio del ragazzo e se lo passò attorno al collo.
"Non puoi capire... Certe volte sento... sento nella bocca dello stomaco un vuoto. Lo stesso vuoto che ho adesso...".
La ruota panoramica era salita a tre metri. Black sentiva la sua voce dolce, melodiosa, quasi poteva vederla uscire dalla bocca di quella. Le sue parole lo facevano sorridere.
"Sarà l'altezza...".
"No! Stupido! È che ti amo!".
Black spalancò gli occhi e la guardò. "Cosa?!".
Lei abbassò lo sguardo, imbarazzata, quindi prese coraggio. "Io... io ti amo...".
Il ragazzo staccò gli occhi e guardò dritto, sospirando. La voce della ragazza era dolcissima, s'era insediata nella testa di Black e cominciò a girare in loop, sempre più velocemente.
Ti amo continuava a sentire.
"Ho sbagliato, vero?" fece.
Black sospirò, riempì i polmoni prima di parlare, ma Maya non gli diede adito di formulare alcuna frase.
"Lo sapevo! Lo sapevo che sbagliavo a dirtelo! Dovevo farmi gli affari miei, rimanere così, mi sarei presa il mio abbraccio, il mio bacio sulla guancia! Invece adesso non vorrai neppure più vedermi e sarò costretta a vivere con questo buco..." puntò con l'indice ben curato e smaltato sullo stomaco "... proprio qui, perché ti penso sempre, e ogni volta che lo faccio provo la stessa sensazione. Tu non mi stai ascoltando, anzi ora stai sorridendo e mi stai prendendo in giro! Ti prendi gioco dei miei sentimenti nel momento in cui io ti apro il mio cuore e..."
"Zitta un po'..." fece quello, carezzandole il volto col palmo della mano.
Maya finì le munizioni. Black sorrise di nuovo, avvicinò il volto a quello della bella e fece per baciarla, fermandosi pochi centimetri prima delle sue labbra.
"Ti amo anche io...".
Maya spalancò gli occhi, pieni di luce e di vita. Non riuscì a trattenere un sorriso.
"Ridillo".
"Ti amo".
"Ancora" sorrideva.
"Non faremo come in quei film melensi e squallidi in cui...".
"Eddai... Ridillo..." si lagnò lei, simpaticamente, suscitando in Black il sorriso.
"Ti amo...".
"Ancora".
"No" attaccò lui, dandole un bacio appassionato, stringendola forte.
Furono attimi immensi d'infinito e passione. L'uno dava all'altra quello che aveva dentro, riceveva in cambio lo stesso, lo restituiva all'altro, secondi, forse minuti, d'apnea assurdi e botte al cuore, e alla testa, e le mani che si stringevano tra loro con quell'impulso irrefrenabile di continuare.
L'amore è la macchina a moto perpetuo, che fa funzionare tutto, per sempre e comunque.
Gli occhi di Maya si aprirono lentamente.
"Alla fine di questo giro andrai via di nuovo?"
"Devo partire... sì"
"Oh... ci vedremo la settimana prossima, allora..."
"No. Tu verrai con me".
"Cosa?!".
"Tu" sorrise Black. "Tu verrai con me. Io e te non ci lasceremo".
"Mai?".
"Mai".
"Per sempre?".
Lo sguardo del ragazzo si perse in quel mare castano che carezzava i colori del sole. Black annuì.
"Per sempre. Con me, per sempre. Il mio sogno ora è stare con te".

 

 



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